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Storie d'amore e seduzione Stelle cadenti di Roberto Leggio |
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La stazione ferroviaria di Rovigo non è molto grande e segue uno stile architettonico tipico del littorio. La facciata si apre sul monumento in memoria dell’alluvione del 1951, collocato nel mezzo del piazzale ad esedra. L’atrio non è molto spazioso, silenzioso per la quasi totalità della giornata, tranne in quei momenti in cui si anima dal frettoloso andirivieni dei pendolari di ritorno da Padova e Bologna. Due corridoi laterali collegano i tre binari di scarso passaggio. In questa cornice, Roberto e Roberta stavano aggrappandosi agli ultimi scampoli della loro relazione in fila ad uno sportello della biglietteria. Il silenzio generale, accompagnava le operazioni di Roberta nell’acquisto del biglietto. Parigi, meta per scelta di una nuova dimensione della sua vita. Roberto dietro di lei reggeva la valigia. La testa china, gli occhi abbassati. Non trovava il coraggio di parlare. Qualsiasi cosa avesse voluto dire, sarebbe stata assorbita dall’atmosfera immota e monotona di quella stazioncina di provincia. Roberta andandosene l’avrebbe lasciato nella totale solitudine. La loro storia, se d’amore era stata, non era durata più di due stagioni e il tempo era passato in un battito di ciglia. La primavera stava incalzando con nuovi profumi trasportati dall’aria carica di pioggia. L’impiegato passò il biglietto nella feritoia dello sportello assieme al resto. C’era una certa drammaticità in quei semplici gesti: Lei se ne stava andando per sempre. Avevano deciso di lasciarsi la sera prima. Non dandosi speranze. Sarebbe stato più facile per entrambi. Non c’erano stati pianti né scenate. La decisione non era stata facile e la lontananza non avrebbe risolto la situazione. "É stata una relazione a termine!" si era lasciato sfuggire Roberto in tono grave. Lei era rimasta in silenzio mentre lo sguardo le era caduto sugli avanzi della pizza alle verdure. Poi per spezzare quell’atmosfera pesante si erano baciati al disopra dei piatti. In quella scomoda posizione le loro lingue si erano rincorse disperatamente in un bacio eterno. Alla fine si erano ricomposti mollemente, ognuno confuso nei propri pensieri. Da amanti perduti avevano passato la notte in una locanda fuori città come epilogo della loro avventura. Non avevano trovato il coraggio di fare l’amore tra pareti amiche, piene di ricordi. Nell’amplesso avevano goduto di un ultimo desiderio da condannati a morte. La sveglia, quella mattina li aveva trovati nell'attesa di un’esecuzione capitale. "Ho fatto." Roberta infilò il carnet di viaggio nella tasca esterna dello zainetto Invicta facendogli cenno di seguirla. Si avviarono ai binari in un silenzio spesso. Anche i pochi viaggiatori sembravano captare il loro dolore. Tutto sembrava congelato, fissato in una fotografia in bianco e nero di cui si è persa la memoria. La coppia poco più avanti; il signore con la ventiquattrore; la donna con il cappello; una mamma col bambino in braccio. "Ricordi la notte delle stelle cadenti?" Le parole di Roberto frantumarono quell’atmosfera immota. Per un’istante i ricordi riaffiorarono a quella notte d’estate sul punto più alto dei colli Berici. Avevano fermato la Cabriolet in uno spiazzo ghiaioso, abbassando i sedili nell’attesa dello spettacolo siderale. "Certo. Ci addormentammo fissando il cielo." "É’ stato bello!" "Cosa?" "E’ stato bello. Noi due. Due soli, due lune. Stelle cadenti!" "Se solo avessi avuto il coraggio di parlare, adesso non ci troveremo in questa situazione!" Roberta lo fissava negli occhi. Tentava di mandargli un messaggio che solo lui poteva comprendere. Roberto trattenne lo sguardo, trovandolo pesante, accusatorio. "Avresti dovuto dirmi qualcosa. Qualsiasi cosa, ed io ti avrei creduto. Avremmo potuto fare l’amore lì, sotto le stelle e non ci saremmo lasciati mai. Sarebbero bastate poche parole, invece te ne sei rimasto in silenzio sperando che capissi i sentimenti che provavi per me." "Mi stati accusando adesso?" "No, ma se davvero ami una persona devi rivelarti, anche a costo di fare la figura dello stupido." "Sarebbe cambiato qualcosa? Non saresti partita, è questo che intendi?" "Ci saremmo ingannati di meno. Avremmo potuto rincorrerci..." Roberta ebbe un momento di esitazione, la frase restò sospesa nell’aria per un momento che parve infinito. "Hai ragione tu, siamo stati due stelle cadenti. Non dobbiamo farci travolgere dai ricordi, dai sentimenti. Non possiamo permetterci di farci del male, adesso. Non dobbiamo rendere la situazione più difficile." Roberta voltò finalmente lo sguardo, fissando un punto qualsiasi. "Non ne posso fare a meno. Ti amo. Accidenti! Non mi è facile vederti partire! Sarò stato uno stupido ma ti amo... davvero!" Troppo stremato, Roberto cercava un’appiglio, un modo come un’altro per sfuggire al malessere che gli aggrovigliava le viscere. "Lo so è difficile, ne abbiamo gia parlato. Credi che sia un’egoista perchè ho scelto per la mia vita. E’ un’opportuinità a cui non voglio rinunciare. Renditi conto che è dura anche per me. Ho un cuore anch’io." Di nuovo tornò nella sua direzione. Lesse il dolore nei suoi occhi. Sapeva che se lo avesse chiesto, lui l’avrebbe seguita dovunque. Ma avrebbe voluto anche che in quel momento lui non ci fosse. Si sarebbero risparmiati quella situazione imbarazzante. Roberto nonostante tutto era stato un punto d’appoggio, l’aveva aiutata nei momenti di sconforto. Vicino a lui si era sentita forte, poi era arrivato l’ingaggio presso l’università di Parigi. Un’occasione da non perdere. A volte nella vita bisogna avere il coraggio di fare delle scelte, seguire l’istinto, fare dei sacrifici. Nel bene o nel male. La voce metallica dell’altoparlante annunciò l’arrivo del prossimo treno. Non rimaneva molto tempo. Roberto aveva la bocca arida. Le parole si erano seccate, disidratate dal malessere. Tentò di tirarla a sè per strapparla da quel binario ma non trovò il coraggio necessario. Per quanto dura fosse, doveva accettare la realtà, frasene una ragione. "Mi sarebbe piaciuto vivere con te. Così avrei potuto imparare qualcosa. Una forma di sicurezza, chiamiamola così." Gli sfiorò una guancia. Il tocco delicato non aveva perduto quella carica elettrizzante che l’aveva fatto sentire un’uomo. Qualcosa dentro di lui andò sciogliendosi, districando il nodo di dolore. "Perchè non resti allora?" Scoprì di aver formulato una domanda inutile. La risposta la conosceva bene. Lei rimase in silenzio. Mantenne lo sguardo nei suoi occhi. La lucentezza di un tempo opacizzata dai pensieri che le vagavano nella mente. Qualcosa si stava deteriorando. Fino ad allora aveva resistito, aveva cercato di non farsi travolgere dai sentimenti. In quegli istanti avrebbe voluto urlare, invece gli occhi gli si inumidirono. "Vorrei rimanere e forse è la cosa migliore. Devo tentare, lo sai. Lontano tutto diviene più chiaro a volte, non posso sprecare questa possibilità!" Roberta abbassò gli occhi. Lì sotto, lungo la pensilina i viaggiatori ripresero vita indaffarati con i loro bagagli. I binari umidi di pioggia scintillavano di riflessi metallici. "Mi mancherai lo sai?" "Anche tu!" E fu tutto. Si abbracciarono. Tutte le parole non erano nulla in confronto. Si strinsero, si sondarono nell’intimo. Rimasero così a lungo, finchè il treno non giunse sferragliando. Roberta fu l’ultima a salire. La valigia ingombrava la piattaforma di collegamento tra gli scompartimenti. "Non dire niente." Qualsiasi cosa avesse voluto aggiungere venne sopraffatto dal fischio del capotreno. "Arrivederci allora." Tese una mano. Roberto l’afferrò salendo il predellino stretto. Le lacrime erano finalmente arrivate, la malinconia li travolse. "In carrozza!" "Vai!" Lo esortò lei. Roberto tornò a terra seguendo con gli occhi il movimento all’interno del vagone, finchè non trovò posto in uno scompartimento. La vide indaffarata a sistemare i bagagli: la valigia pesante sopra la sua testa. Un’ombra dietro il vetro tentava di abbassare il finestrino... in quell’istante il treno si mosse. Roberta alzò una mano dicendo qualcosa di incomprensibile. Il suo volto si allontanava confuso in un riflesso opalescente. Roberto, mani in tasca seguì il treno che scompariva lungo il binario diritto, finché non rimase solamente il picchiettare della pioggia. La stazione ferroviaria di Rovigo non è molto grande e segue uno stile architettonico tipico del littorio. La facciata si apre sul monumento in memoria dell’alluvione del 1951, collocato nel mezzo del piazzale ad esedra. L’atrio non è molto spazioso, silenzioso per la quasi totalità della giornata, tranne in quei momenti in cui si anima dal frettoloso andirivieni dei pendolari di ritorno da Padova e Bologna. Due corridoi laterali collegano i tre binari di scarso passaggio. In questa cornice, Roberto e Roberta stavano aggrappandosi agli ultimi scampoli della loro relazione in fila ad uno sportello della biglietteria. Il silenzio generale, accompagnava le operazioni di Roberta nell’acquisto del biglietto. Parigi, meta per scelta di una nuova dimensione della sua vita. Roberto dietro di lei reggeva la valigia. La testa china, gli occhi abbassati. Non trovava il coraggio di parlare. Qualsiasi cosa avesse voluto dire, sarebbe stata assorbita dall’atmosfera immota e monotona di quella stazioncina di provincia. Roberta andandosene l’avrebbe lasciato nella totale solitudine. La loro storia, se d’amore era stata, non era durata più di due stagioni e il tempo era passato in un battito di ciglia. La primavera stava incalzando con nuovi profumi trasportati dall’aria carica di pioggia. L’impiegato passò il biglietto nella feritoia dello sportello assieme al resto. C’era una certa drammaticità in quei semplici gesti: Lei se ne stava andando per sempre. Avevano deciso di lasciarsi la sera prima. Non dandosi speranze. Sarebbe stato più facile per entrambi. Non c’erano stati pianti né scenate. La decisione non era stata facile e la lontananza non avrebbe risolto la situazione. "E’ stata una relazione a termine!" si era lasciato sfuggire Roberto in tono grave. Lei era rimasta in silenzio mentre lo sguardo le era caduto sugli avanzi della pizza alle verdure. Poi per spezzare quell’atmosfera pesante si erano baciati al disopra dei piatti. In quella scomoda posizione le loro lingue si erano rincorse disperatamente in un bacio eterno. Alla fine si erano ricomposti mollemente, ognuno confuso nei propri pensieri. Da amanti perduti avevano passato la notte in una locanda fuori città come epilogo della loro avventura. Non avevano trovato il coraggio di fare l’amore tra pareti amiche, piene di ricordi. Nell’amplesso avevano goduto di un ultimo desiderio da condannati a morte. La sveglia, quella mattina li aveva trovati nell'attesa di un’esecuzione capitale. "Ho fatto." Roberta infilò il carnet di viaggio nella tasca esterna dello zainetto Invicta facendogli cenno di seguirla. Si avviarono ai binari in un silenzio spesso. Anche i pochi viaggiatori sembravano captare il loro dolore. Tutto sembrava congelato, fissato in una fotografia in bianco e nero di cui si è persa la memoria. La coppia poco più avanti; il signore con la ventiquattrore; la donna con il cappello; una mamma col bambino in braccio. "Ricordi la notte delle stelle cadenti?" Le parole di Roberto frantumarono quell’atmosfera immota. Per un’istante i ricordi riaffiorarono a quella notte d’estate sul punto più alto dei colli Berici. Avevano fermato la Cabriolet in uno spiazzo ghiaioso, abbassando i sedili nell’attesa dello spettacolo siderale. "Certo. Ci addormentammo fissando il cielo." "É stato bello!" "Cosa?" "E’ stato bello. Noi due. Due soli, due lune. Stelle cadenti!" "Se solo avessi avuto il coraggio di parlare, adesso non ci troveremo in questa situazione!" Roberta lo fissava negli occhi. Tentava di mandargli un messaggio che solo lui poteva comprendere. Roberto trattenne lo sguardo, trovandolo pesante, accusatorio. "Avresti dovuto dirmi qualcosa. Qualsiasi cosa, ed io ti avrei creduto. Avremmo potuto fare l’amore lì, sotto le stelle e non ci saremmo lasciati mai. Sarebbero bastate poche parole, invece te ne sei rimasto in silenzio sperando che capissi i sentimenti che provavi per me." "Mi stati accusando adesso?" "No, ma se davvero ami una persona devi rivelarti, anche a costo di fare la figura dello stupido." "Sarebbe cambiato qualcosa? Non saresti partita, è questo che intendi?" "Ci saremmo ingannati di meno. Avremmo potuto rincorrerci..." Roberta ebbe un momento di esitazione, la frase restò sospesa nell’aria per un momento che parve infinito. "Hai ragione tu, siamo stati due stelle cadenti. Non dobbiamo farci travolgere dai ricordi, dai sentimenti. Non possiamo permetterci di farci del male, adesso. Non dobbiamo rendere la situazione più difficile." Roberta voltò finalmente lo sguardo, fissando un punto qualsiasi. "Non ne posso fare a meno. Ti amo. Accidenti! Non mi è facile vederti partire! Sarò stato uno stupido ma ti amo... davvero!" Troppo stremato, Roberto cercava un’appiglio, un modo come un’altro per sfuggire al malessere che gli aggrovigliava le viscere. "Lo so è difficile, ne abbiamo gia parlato. Credi che sia un’egoista perchè ho scelto per la mia vita. E’ un’opportuinità a cui non voglio rinunciare. Renditi conto che è dura anche per me. Ho un cuore anch’io." Di nuovo tornò nella sua direzione. Lesse il dolore nei suoi occhi. Sapeva che se lo avesse chiesto, lui l’avrebbe seguita dovunque. Ma avrebbe voluto anche che in quel momento lui non ci fosse. Si sarebbero risparmiati quella situazione imbarazzante. Roberto nonostante tutto era stato un punto d’appoggio, l’aveva aiutata nei momenti di sconforto. Vicino a lui si era sentita forte, poi era arrivato l’ingaggio presso l’università di Parigi. Un’occasione da non perdere. A volte nella vita bisogna avere il coraggio di fare delle scelte, seguire l’istinto, fare dei sacrifici. Nel bene o nel male. La voce metallica dell’altoparlante annunciò l’arrivo del prossimo treno. Non rimaneva molto tempo. Roberto aveva la bocca arida. Le parole si erano seccate, disidratate dal malessere. Tentò di tirarla a sè per strapparla da quel binario ma non trovò il coraggio necessario. Per quanto dura fosse, doveva accettare la realtà, frasene una ragione. "Mi sarebbe piaciuto vivere con te. Così avrei potuto imparare qualcosa. Una forma di sicurezza, chiamiamola così." Gli sfiorò una guancia. Il tocco delicato non aveva perduto quella carica elettrizzante che l’aveva fatto sentire un’uomo. Qualcosa dentro di lui andò sciogliendosi, districando il nodo di dolore. "Perchè non resti allora?" Scoprì di aver formulato una domanda inutile. La risposta la conosceva bene. Lei rimase in silenzio. Mantenne lo sguardo nei suoi occhi. La lucentezza di un tempo opacizzata dai pensieri che le vagavano nella mente. Qualcosa si stava deteriorando. Fino ad allora aveva resistito, aveva cercato di non farsi travolgere dai sentimenti. In quegli istanti avrebbe voluto urlare, invece gli occhi gli si inumidirono. "Vorrei rimanere e forse è la cosa migliore. Devo tentare, lo sai. Lontano tutto diviene più chiaro a volte, non posso sprecare questa possibilità!" Roberta abbassò gli occhi. Lì sotto, lungo la pensilina i viaggiatori ripresero vita indaffarati con i loro bagagli. I binari umidi di pioggia scintillavano di riflessi metallici. "Mi mancherai lo sai?" "Anche tu!" E fu tutto. Si abbracciarono. Tutte le parole non erano nulla in confronto. Si strinsero, si sondarono nell’intimo. Rimasero così a lungo, finchè il treno non giunse sferragliando. Roberta fu l’ultima a salire. La valigia ingombrava la piattaforma di collegamento tra gli scompartimenti. "Non dire niente." Qualsiasi cosa avesse voluto aggiungere venne sopraffatto dal fischio del capotreno. "Arrivederci allora." Tese una mano. Roberto l’afferrò salendo il predellino stretto. Le lacrime erano finalmente arrivate, la malinconia li travolse. "In carrozza!" "Vai!" Lo esortò lei. Roberto tornò a terra seguendo con gli occhi il movimento all’interno del vagone, finchè non trovò posto in uno scompartimento. La vide indaffarata a sistemare i bagagli: la valigia pesante sopra la sua testa. Un’ombra dietro il vetro tentava di abbassare il finestrino... in quell’istante il treno si mosse. Roberta alzò una mano dicendo qualcosa di incomprensibile. Il suo volto si allontanava confuso in un riflesso opalescente. Roberto, mani in tasca seguì il treno che scompariva lungo il binario diritto, finché non rimase solamente il picchiettare della pioggia. |
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