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Erotismo

PLAYBOY: torna l'edizione italiana

Fedele alla tradizione o la solita "italianata"?


di Massimo C. Salvemini


Playboy non è mai stata una rivista volgare. Ha fatto trend e cultura pubblicando anche interviste a personaggi importanti del mondo della seduzione, incluso il Gran Maestro. Leggi una delle interviste a Carlo pubblicate su Playboy Olanda. Playboy Olanda continua a citarci regolarmente come “gli scienziati della seduzione”!

Massimo Salvemini in occasione della “rinascita” della edizione italiana ha rivisitato la gloriosa storia di Playboy.

Playboy Italia resterà fedele alla sua gloriosa tradizione oppure sarà la solita “italianata”?



Il primo numero dell’edizione originale di «Playboy», uscì nell’ormai lontano dicembre del 1953, venduto al prezzo di 50 centesimi di dollaro. La playmate del momento fu l’allora ventisettenne Marilyn Monroe (il ’53 era stato un anno proficuo per la bionda attrice: in febbraio era uscito negli Stati Uniti «Niagara», in luglio «Gli uomini preferiscono le bionde» e i primi di novembre fu il turno di «Come sposare un milionario»). L'intera tiratura di 53.991 copie andò letteralmente a ruba.

Fu la prima rivista esplicitamente dedicata alla fotografia erotica, ed ebbe – anche grazie alla figura carismatica del suo artefice, Hugh Hefner – un ruolo assolutamente non trascurabile nel movimento noto come “rivoluzione sessuale”. Il tipo di fotografia di nudo che proponeva Playboy – inizialmente ispirata, almeno in parte, alle immagini di pin-up e calendar-girls del decennio precedente, sia quelle in carne e ossa, sia quelle disegnate su «Esquire» e su altre testate dai vari George Petty, Alberto Vargas, Gil Elvgren, Harry C. Bradley, Harry Ekman, Haddon Sundblom, Fritz Willis, Mike Ludlow, Vaughn Bass, Edward Runci, Al Buell, Jay Scott Pike, Arthur Sarnoff, Ernest Chiriaka, J. Frederick Smith – viene oggi definita softcore, contrapposta alla pornografia hardcore, diffusa inizialmente da «Penthouse» e poi estesasi, a iniziare dagli anni '70 – forse il decennio di maggior successo per la rivista di Hefner – in seno all'enorme mercato dell'editoria e del cinema pornografici (poi vhs e dvd).

La comparsa di questi agguerriti concorrenti corrose in breve e in modo drammatico la posizione sul mercato che Playboy si era pian piano conquistata. Per contrastare tale situazione, i responsabili della pubblicazione agirono in vari modi, soprattutto modificando il target al quale rivolgersi e presentandosi, in modo sempre più trasparente, come una rivista "di lusso" per uomini adulti di alto livello culturale e sociale (si ricordi che, oltre alle modelle nude, su Playboy sono apparsi, nel corso della sua ormai cinquantacinquenne attività, serissimi articoli e interviste che coinvolgevano personalità del calibro di Bertrand Russell, Arthur C. Clarke, Jean-Paul Sartre, Vladimir Nabokov, Jean Genet, Truman Capote, Ingmar Bergman, John Lennon, Tennessee Williams, Margaret Atwood, Alex Haley, Martin Luther King Jr, Malcolm X, Jimmy Carter e moltissime altre).

Nel novembre 1972, iniziò l’avventura dell’edizione italiana di Playboy (la cover di quel primo fascicolo raffigurava la playmate di colore Darine Stern, ripresa paro paro dall’originale americano dell’ottobre 1971) che, fra alterne vicende, attacchi di femministe isteriche e crisi delle vendite, si concluse nell’indifferenza generale – e forse neppure tanto rimpianta dai poco raffinati maschietti nostrani, per i quali erano evidentemente sufficienti le altre numerose (e dozzinali) pubblicazioni strapiene di nudi femminili e pornografia più o meno esplicita − con il numero di dicembre 2003 (praticamente identico a quello americano del mese precedente: l’attrice Daryl Hannah in copertina, all’epoca co-protagonista del dittico cinematografico «Kill Bill» di Tarantino, e la bionda playmate alaskana Divini Rae nel paginone centrale).

Dati gli attuali tempi di crisi e considerando che anche la stessa edizione originale statunitense della rivista ultimamente non naviga certo in buone acque, davvero ci sorprende parecchio questo secondo tentativo di pubblicarne una versione italiana (sito Internet: playboy.it).

Ma vediamo da vicino i contenuti del numero cartaceo d’esordio. Annunciato su tv e giornali in modo spesso a dir poco demenziale (un esempio letto in rete qualche settimana fa: «Maschietti di tutta Italia esultate! La rivista delle conigliette che tanto amate torna nella sua versione italiana. Proprio cosi, Playboy made in Italy sarà di nuovo in edicola dal 5 dicembre prossimo»), venduto al prezzo modico di 3 € e edito dalla Play Media Company, dichiara una periodicità mensile, anche se questo primo fascicolo è datato dicembre 2008-gennaio 2009. In copertina, campeggia una foto di Caterina Murino, mentre Sarah Nile (23 anni, napoletana di padre belga) è la prima playmate (o meglio, Miss Gennaio 2009) del nuovo corso del Playboy italiano. Altre fanciulle denudate in questo numero sono l’ex-pornodiva Jenna Jameson e quelle che occhieggiano da un servizio intitolato «Welcome to the Mansion».

Nulla di speciale, dunque. Ciò che ci convince di meno sono piuttosto alcuni articoli, oltre a un fastidioso tono generale, diciamo così, ipocritamente filo-femminista (quel finto-femminismo piccolo-borghese oggi tanto diffuso nei mass-media). Prendiamo per esempio il breve pezzo a pp. 88-89, intitolato «Il Cavaliere senza vergogna» e dedicato a Giacomo Casanova. L’autrice, Antonella Landi, lungi dal tentare di comprendere veramente il carattere e la vita del Veneziano, come ha fatto invece Lydia Flem in un suo noto saggio, più obiettivo e anticonformista (pubblicato in Italia dall’editore Fazi e da noi a suo tempo recensito), non fa altro che andare ad ingrossare la fila di coloro che vedono in Giacomo un “povero” disadattato, che per colpa di una «carenza d’amore in età infantile» (come a dire: madri, e soprattutto, padri “assenti”, attenti a voi se non volete che i vostri figli seguano questa brutta strada. Oh, ragazzi, che paura!) sarebbe divenuto assetato di sesso “senza impegno”. L’autrice non manca di puntualizzare che «a me quest’uomo non avrebbe provocato la minima scarica ormonale» e che «avrebbe soffocato in me ogni pur remoto rigurgito di eros» (poco professionale, gentile signora Landi, per una giornalista, parlare in prima persona e fare riferimenti così personali: ma sono questi gli articolisti che sfoggerà la Playboy nostrana?) salvo poi aver pietà di lui (sic!) dinanzi alla «sua sostanziale solitudine, alla sua palese carenza di affetti solidi e duraturi…» e finire per apprezzarne alcune coraggiose considerazioni filosofiche.

L’impressione che se ne ricava – da questo specifico articolo ma anche da altri brevi brani di tono abbastanza simile rintracciabili un po’ in tutto il fascicolo – è che i responsabili della rivista cerchino di prendere le distanze dalle idee più libertarie che Playboy rappresenta, quasi a voler rassicurare i potenziali lettori che la nuova Playboy italiana non sarà quella “brutta e cattiva” rivista maschilista che si sa, ma strizzerà d’occhio, invece, ai sani – e ipocriti – valori italici e cattolici (magari nella non tanto nascosta speranza di essere letta anche dalle donne…), “fingendo” di accontentare i gusti di un manipolo d’ipotetici segaioli «di lusso», ma fungendo in realtà da vero e proprio «cavallo di Troia» infiltrato in territorio maschile, atto a ribadire (fra le righe, in maniera dissimulata, quasi subliminale) i soliti triti e ritriti valori piccolo borghesi, abilmente mascherati da articoli superficialmente trasgressivi. Un po’ come accadeva con il film di Lasse Hallström, «Chocolat», che dietro all’apparente trasgressività celava l’attualissima preoccupazione borghese e familista nei confronti di quegli uomini che «non vogliono fare più i padri»: e infatti, per tentare di convincerli a rassegnarsi ad interpretare questo ruolo, mass-media, psicologi prezzolati e persuasori occulti non sanno proprio più che cosa inventarsi...

Intendiamoci, in questo primo numero del Playboy italiano non mancano i pezzi stimolanti. Come la breve ma interessante intervista a Caterina Crepax, figlia di Guido Crepax, artefice del personaggio di Valentina (che però, ci spiace dover contraddire Caterina, non è diventato veramente «un modello per molte donne di oggi», perlomeno quelle italiane: magari fosse stato così!). E soprattutto, sul fascicolo aleggia, fortunatamente, la figura di James Bond 007, grazie a un’intervista a Daniel Craig (che è poi la stessa apparsa nel novembre 2008 sull’edizione statunitense) e all’articolo «Scopri quanto Playboy c’è nel fascino di Bond» (pp. 143-151). Ora, a prescindere dalla nota affermazione di Ian Fleming, che in una lettera datata 1959 scrisse «se fosse una persona vera, Bond sarebbe abbonato a Playboy», è indubbio che la rivista di Hefner abbia spesso “flirtato” con 007. Fin da quando, nel numero del marzo 1960, fu pubblicato il racconto di Fleming «La rarità Hildebrand» e in quello del novembre 1965 apparve l’ormai storica intervista a Sean Connery in occasione dell’uscita del film «Agente 007: Thunderball - Operazione tuono». Da allora, altri racconti su Bond, articoli, interviste agli attori che di volta in volta impersonarono 007, apparvero sulle pagine di Playboy (è stato calcolato che la rivista abbia affrontato l’argomento James Bond, dal 1960 al 2008, almeno in una trentina di numeri), senza contare tutte le potenziali o effettive Bond-girls (Ursula Andress, Jill St. John, Barbara Bach, Maryam D’Abo, Denise Richards, Cecilia Thomsen e molte altre) che si fecero fotografare nude o seminude sulla rivista. Non è tutto: il numero di febbraio 1969, con la modella Nancy Chamberlain abbracciata al suo cuscino-coniglio rosso, ben visibile in copertina, comparve addirittura in un film della serie, sfogliato da Bond (George Lazenby) in una sequenza di «Agente 007: al servizio segreto di Sua Maestà».

Ci garba, questo gemellaggio Bond-Playboy, non tanto perché 007 simbolizzi per noi un “fulgido” esempio di seduttore (cosa comunque verissima), ma piuttosto perché ci piace pensare che l’accostamento contribuisca a enfatizzare, in seno alle scelte editoriali, le caratteristiche di raffinatezza, status, eleganza, savoir vivre, che il personaggio di James Bond possiede. In effetti, non osiamo sperare, anche considerando le deludenti premesse alle quali abbiamo accennato poco fa, che la nuova Playboy italiana possa contribuire a “raffinare” l’italiano medio, a rappresentare una sorta di alfiere di un erotismo elegante e colto, contrapposto alla volgarità e al trash dilaganti.

D’altra parte, le iniziative più intriganti legate all’erotismo non hanno grande fortuna in quest’Italia degradata: ricordiamo ancora quel che è accadde a due nostri conoscenti − si tratta più o meno delle stesse persone che curano Nu-magazine (un gradevole sito Internet sull’erotismo – i quali, cercando di seguire l’esempio di analoghe e ormai consolidate iniziative presenti in varie zone del pianeta (Parigi, Praga, Amburgo, Amsterdam, Berlino, Copenaghen, Barcellona, Madrid, Pechino) e con l’intento di «tornare a far vivere Venezia mostrando al mondo quella vita frizzante e trasgressiva che l’aveva contraddistinta nei secoli passati», nel 2006 diedero vita nella città lagunare, con sede a Calle dei Fabbri, al «Museo dell’Arte Erotica». Purtroppo, la vita del Museo durò solo da febbraio a dicembre, costretto a chiudere per carenza di visitatori (solo 40.000 in dieci mesi). Turisti distratti? Un’idea troppo colta e raffinata per italiani dai gusti ormai imbarbariti da rivistacce grossolane o da ore e ore passate a vedere la tv?

Difficile rispondere con precisione. Tuttavia, perché mai dovremmo credere che con il nuovo Playboy le cose andranno diversamente? Noi potremo augurarcelo e il nostro inveterato ottimismo ci spingerebbe senz’altro a farlo. Ma ne dubitiamo, ne dubitiamo molto.


Playboy, edizione olandese
"Scoringsdrang", la scienza del rimorchio
intervista a Carlo della Torre


Carlo consiglia la Newsletter TOP SECRET sulla seduzione. Chi, come, dove e quando sedurre: tutto quello che bisogna sapere, e che nessun altro al mondo vi può dire.



(Sabato 27 Dicembre 2008)


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