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Come diventare un seduttore felice

Il mistero della felicità

Alcuni spunti di riflessione dalle ultime teorie sulla felicità



Un articolo interessante sul tema della felicità. Perché, se non lo sapete, chi più è felice più seduce.

La felicità e la seduzione vanno a braccetto.

Ma non si tratta della “felicità americana”, quella del tipo “How are you?” risposta “Very well”, e dopo un paio di giorni ci si butta dal ponte. La felicità vera non è quella mostrata con il sorriso indelebile stampato sulla bocca ma quella intimamente vissuta, senza bisogno di mostrarla.

La felicità è un tema sul quale “ci mangiano” in molti.

Chi si da più da fare fra i pazzologi nostrani con la “felicità aria fritta” è lo psicopazzologo Morelli. Pubblica libretti da pochi euro con ricette per idioti e sciampiste. Ma sulla felicità ci mangiano pure i truffatori pnl, con altre ricette magiche della tipologia giochini per deficienti.
Nell'articolo qui sotto riportato troverete alcuni spunti interessanti
.

Aramita la dea della felicità

La felicità in senso buddista

Ma sono solamente degli spunti di riflessione.
Nessuno ha in tasca una ricetta sicura per la felicità. Ogni mese c’è uno psicopazzologo che se ne esce con un nuovo libretto ed una nuova formula. Sono solo operazioni di marketing. Ma riflettendoci ed analizzando alcuni meccanismi forse potremmo trovare più facilmente la nostra via per diventare un seduttore felice. Ognuno si dovrebbe creare la propria formula prendendo gli spunti più consoni al proprio essere ed alla propria esistenza.
Infine bisogna anche considerare che secondo alcune teorie la felicità dipende soprattutto da fattori genetici che influenzano la chimica del cervello. Sono però le teorie più pessimistiche, del tipo "non c'é niente da fare". Forse anche per la felicità la verità sta nel mezzo.

Leggete ora attentamente l’articolo sottolineato dal maestro nei punti più significativi.


la Repubblica delle Donne
H = S + C + V
RIVELAZIONI / È la formula della felicità secondo la Psicologia positiva. S sta per set point biologico, C per condizioni di vita, V per attività volontarie; la somma produce H di happiness. Semplice? Non proprio. Come dimostra Jonathan Haidt
di Francesca Gentile

I ricchi sono più felici dei poveri. Nessuna sorpresa. Sorprendente è invece sapere che la felicità dei cittadini dei Paesi più abbienti non aumenta con la crescita della ricchezza. America e Giappone ne sarebbero la prova. Un paradosso segnalato dagli economisti e ripreso dal mensile americano The Economist che ha aperto l'anno con una copertina dedicata alla "happiness" e ai sistemi per misurarla. La "scienza della felicità" spiega il paradosso - secondo quanto riporta The Economist - con l'abilità del capitalismo di trasformare i beni di lusso in beni di necessità, portando alle masse ciò di cui le élites avevano sempre goduto. L'altra faccia della medaglia di questa operazione, definita "geniale", mostra come le persone comincino a prendere per scontate cose che fino allora erano state ritenute inaccessibili, considerando di non poterne più fare a meno. Il risultato conduce in un vicolo cieco: raggiungere un migliore standard di vita implica un livello di assuefazione che non permette di godere di ciò che si è ottenuto. Oplà, fregati! La trappola dorata è difficile da raggirare. L'insoddisfazione è garantita. Se non sono i soldi a dare la felicità quali sono dunque le altre vie da percorrere?

In parole povere: come si fa a essere felici? Andando per esclusione, secondo le ricerche svolte dagli psicologi americani Diener e Seligman, e pubblicate a suo tempo da un'inchiesta di Time, oltre al fatto assodato che qualche soldino in più non cambia il nostro benessere, già ampiamente soddisfatto dalle necessità basilari, nemmeno una buona educazione e le migliori scuole farebbero salire il termometro della felicità, con tante scuse a mamma e papà per le salatissime quote che hanno dovuto sborsare. Più si è intelligenti più si hanno buone possibilità di essere happy? No, un quoziente intellettivo pare che non giovi alla causa. La giovinezza allora? Neanche per sogno. Secondo un sondaggio svolto dal Center for Disease Control and Prevention i ventenni collezionano alla settimana un maggior numero di giorni "no" dei sessantenni. Il sole? Non sembra che i californiani siano più contenti dei cittadini degli altri Stati più freddi e piovosi. Il matrimonio? Sì, se ben riuscito, ma con qualche riserva. La fama? Bocciata. Lavorare meno? Non è detto. Oltre a essere noti gli effetti negativi del pensionamento, in America la riduzione degli orari di lavoro ha generato un esercito di malinconici teledipendenti.

Ma dov'è nascosta la chiave per l'allegria?
Seppure le ultime teorie scientifiche sostengano che il segreto del benessere fisico e psicologico sia racchiuso nel codice genetico, ognuno di noi può apportare qualche miglioramento a una vita non del tutto soddisfacente. Cominciando da quale punto? Giriamo la domanda a Jonathan Haidt, professore associato di Psicologia alla University of Virginia, iscritto nel filone della Psicologia positiva e autore del libro The Happiness Hypothesis (in Italia è in uscita con il titolo Felicità: un'ipotesi presso la casa editrice Codice Edizioni, www.codiceedizioni.it). "Prima di tutto se siamo infelici parte della responsabilità va addebitata al processo evolutivo che ci spinge a volere sempre di più", ci risponde, "una condizione particolarmente sostenuta da alcune società". Un attacco al capitalismo? "Non voglio essere frainteso", precisa, "non ho pregiudizi nei confronti dei soldi e delle ambizioni professionali. Il capitalismo favorisce la ricchezza e la libertà, due ingredienti importanti per la soddisfazione degli individui. Sono contrario però alle esasperazioni di questo sistema perché conduce all'impoverimento delle relazioni sociali. Gli americani per esempio fanno più soldi degli altri, ma a discapito del divertimento. I Paesi latini sono meno ricchi ma forse sono più felici".
Veniamo alla felicità. "Preferisco il termine "benessere", è più difficile da fraintendere. I miei connazionali commettono l'errore di pensare che si debba essere felici a tempo pieno. È più opportuno riferirsi a un'idea equilibrata di benessere complessivo". Lei parla comunque di un'ipotesi sulla felicità, di cosa si tratta? "Della certezza che la felicità venga da dentro", spiega Haidt, "e che non sia ottenibile realizzando i desideri personali o adattando il mondo alle proprie esigenze. Questo è uno dei capisaldi della saggezza antica, consegnata a noi da Buddha in India e dai filosofi stoici della Grecia antica. Io non condivido appieno questa versione. Sono d'accordo con gli antichi quando sostengono che per trovare la pace e la tranquillità sia necessario lavorare su noi stessi. Dobbiamo imparare ad accettare che la perdita, il fallimento e la morte faranno sempre parte della vita. Nuove ricerche nell'ambito della Psicologia positiva mostrano però che ci sono molte cose per le quali valga la pena di lottare. In sintesi, la felicità si ottiene impostando una relazione giusta tra noi e gli altri, tra noi e il nostro lavoro e le attività in generale, e infine tra noi e qualcosa di più grande, che trascenda la nostra individualità. Probabilmente il Buddha meditando sotto un albero riesce a riordinare la propria anima, ma per un essere umano reale, questo atteggiamento non conduce alla felicità. La mente umana ha bisogno di stabilire un contatto con degli obiettivi e delle relazioni".
Nel 1996 al neopresidente dell'American Psychological Association, Martin Seligman, fu chiesto di introdurre la sua visione teorica durante il discorso di inaugurazione del nuovo incarico. Si racconta che la nascita della Psicologia positiva si debba a un'intuizione che Seligman ebbe facendo giardinaggio con la sua nipotina. La bambina gli comunicò di aver smesso di piagnucolare all'età di cinque anni: "Se io non piango più, tu puoi smettere di essere un brontolone", disse la bimba. L'affermazione lo condusse a riconoscere nella nipote un'energia, un'intelligenza sociale, che l'avrebbero sostenuta nella vita. La forza positiva emanata da alcune persone; quel segreto che non le fa soccombere di fronte alle difficoltà, che tiene lontani la depressione e il senso d'impotenza, divenne il terreno di ricerca di Seligman e il primo mattone con il quale costruire l'edificio della sua teoria.


La psicologia può rendere le persone più positive?
Questa la domanda centrale che si pose Seligman. Nel corso di un'intervista a Edge spiegò come la psicologia si sia sempre occupata prevalentemente delle patologie cercando di offrire soluzioni ottimali per attenuare il malessere: "Noi siamo in grado di osservare e districare la confusione generata dalla malattia, sia attraverso studi "longitudinali", analizzando i medesimi casi in un lungo arco di tempo, sia attraverso studi sperimentali", ha detto lo studioso, "siamo inoltre capaci di creare dei trattamenti, psicoterapia e medicinali, oppure assegnare con un criterio casuale studi di controllo sui placebo per verificare quali veramente funzionano e quali invece sono inerti". Basarsi su questo "vecchio modello", secondo Seligman, implica tre "inconvenienti": "Il primo è di carattere morale", continua, "perché rischiamo di diventare "vittimologi" e "patologizzanti". La visione della natura umana prevalente ci ha mostrato la malattia mentale come una montagna di mattoni che si riversa sulle nostre teste, facendoci dimenticare nozioni come "scelta", "responsabilità", "volontà", "preferenze", "carattere". Il secondo costo da pagare implica il fatto che lavorando solo con la malattia mentale ci si dimenticava di rendere più felice, produttiva, e piena la vita delle persone relativamente senza problemi. A ciò aggiungerei la completa dimenticanza del termine "genio", che si è trasformato progressivamente in una parola "sporca". Infine siccome lo sforzo di districare la patologia ci ha assorbiti completamente, abbiamo trascurato di sviluppare strategie per rendere gli individui più felici, sviluppando invece forme di intervento mirate a rendere le persone meno avvilite". "Indubbiamente Seligman ha ragione", ci dice Haidt commentando per noi le dichiarazioni del padre della Psicologia positiva, "rispetto agli studiosi degli altri campi noi psicologi siamo politicamente estremamente "liberal". Possediamo valori morali che ci orientano verso gli oppressi e i sofferenti. Certo, è la cosa giusta da fare, ma senza escludere tutto il resto. È più importante curare le persone depresse piuttosto che quelle non depresse, ci siamo detti. Ma è veramente più importante? Devono i nostri migliori professionisti dedicarsi allo studio della malattia mentale? Il grande merito della sfida lanciata da Seligman alla psicologia è stato di rivoluzionare gli equilibri, di smuovere le cose e mostrare ai giovani clinici e ricercatori nuovi argomenti e fenomeni da esplorare. Quando i giovani di talento improvvisamente presteranno attenzione alle topiche ancora sconosciute, come la gratitudine, o quando cominceranno a cercare delle tecniche semplici in grado di aumentare il livello di felicità delle persone, i progressi saranno rapidi".

Gli esseri umani sono come piante
Lo scrive Haidt nel suo saggio e si chiede quali siano le condizioni per fiorire. La "happiness formula" (H = S + C + V) inventata dai protagonisti della Psicologia positiva, è composta dalla lettera S (set point biologico), più la C (condizioni di vita), più la V (attività volontarie); la somma delle tre lettere produce come risultato la H di happiness. Haidt dà una bella innaffiata di L (intesa come love) all'intero giardino teorico. "Nessun uomo, donna o bambino è un'isola", scrive, "siamo creature ultrasociali, e non possiamo essere felici senza amici e legami sicuri con gli altri". Il secondo ingrediente indispensabile è un'attività soddisfacente, che deve essere intesa come una vocazione piuttosto che come un semplice lavoro o una più prestigiosa, ma infine frustrante, carriera. Tutto qui? "No, manca un terzo elemento di fondamentale importanza", ci risponde Haidt, "dobbiamo sentirci parte di qualcosa di grande, che superi noi stessi: un progetto politico, un movimento artistico, una fede religiosa. Mi ritengo una persona non religiosa, ma riconosco che la religione ricopre un ruolo efficace nel soddisfare il bisogno psicologico di far parte di una grande impresa e credo che gli scienziati dovrebbero prestare attenzione a ciò che molte religioni hanno scoperto. Il cristianesimo, per esempio, nutre lo spirito e soddisfa il bisogno di trascendenza. Ancora molti scienziati credono con arroganza che la religione sia una stampella per le menti deboli". Fissati i punti principali, trovare la soluzione parrebbe un gioco da ragazzi. Allora perché il tasso di infelicità nel mondo è fisso su variabili così alte? La solita infanzia difficile? "Guardi, l'infanzia c'entra poco", risponde Haidt, "gioca un ruolo molto piccolo nella formazione dell'adulto. I depressi si raccontano un sacco di storie, per la maggior parte inventate". E la psicoanalisi? "Non funziona un granché. Sono molti gli psicologi clinici che non sarebbero d'accordo con me, ma qui si tratta di portare prove scientifiche. Comunque l'introspezione è inutile nella cura della depressione. La meditazione e la terapia cognitiva sono valide. E naturalmente i farmaci. Il Prozac è molto efficace. Personalmente ho fatto uso di Prozac in un momento della mia vita in cui mi sentivo infelice e posso dire che ha funzionato molto bene. Occorre aggiungere che esiste una predisposizione genetica all'infelicità. Il sessanta per cento del nostro benessere psicologico è in mano ai geni". Il legame tra il corredo genetico e la felicità è stato studiato dal genetista americano David Lykken che ha dimostrato, tramite l'osservazione di coppie di gemelli, come nonostante vicende di vita differenti (per esempio il caso in cui uno dei due venga adottato) il carico di buonumore rimanga simile e invariato.

Hanno scoperto Seneca
Dopo le varie "psico-americanate" gli psicopazzologi scoprono i classici
E' proprio nel senso senechiano di ricerca continua del sapere che va inteso il miglioramento personale



Carlo consiglia la Newsletter TOP SECRET sulla seduzione. Chi, come, dove e quando sedurre: tutto quello che bisogna sapere, e che nessun altro al mondo vi può dire.



(Mercoledì 29 Ottobre 2008)


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